Quando il dolore diventa valore: il caso Starbucks e la strategia dei pain point nella Customer eXperience
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Il caso Starbucks è un esempio emblematico di come la Customer eXperience (CX) possa diventare un potente elemento di differenziazione. Nel mondo sempre più competitivo della CX, comprendere i comportamenti, le aspettative e i bisogni dei clienti è fondamentale per conquistare e mantenere la loro fedeltà. In un contesto in cui i prodotti e i servizi tendono a diventare sempre più simili tra loro, è l’esperienza che fa davvero la differenza. L’interazione che un cliente ha con un’azienda può diventare il principale fattore di differenziazione, e questo vale in ogni fase del customer journey.
Uno degli aspetti centrali di questo ambito è rappresentato dai pain point, ovvero quei punti di attrito, disagio o frustrazione che un cliente può incontrare durante l’interazione con un’azienda, un prodotto o un servizio. Questi momenti critici, se non gestiti adeguatamente, rischiano di compromettere l’intera relazione con il brand. Ma se affrontati con intelligenza strategica, possono addirittura trasformarsi in occasioni preziose di valore e differenziazione.
Pain point: problema da eliminare o leva strategica?
Tradizionalmente, le aziende hanno visto i pain point come ostacoli da rimuovere quanto prima. L’obiettivo prevalente era chiaro: minimizzare ogni forma di frizione, ridurre il tempo necessario per completare un’azione, eliminare complicazioni e offrire risposte rapide, intuitive, automatiche. L’approccio dominante si è basato sul concetto di “effortless experience”, cioè offrire un’esperienza il più fluida, semplice e priva di attriti possibile.
Meno problemi + maggiore soddisfazione = ritorno del cliente all’acquisto.
Tuttavia, questa semplificazione ha portato anche a conseguenze inattese. In molti casi, la ricerca spasmodica dell’efficienza ha prodotto esperienze fredde, standardizzate e impersonali. Quando tutto è progettato per non farsi notare, diventa anche più facile da dimenticare.
Ed ecco quindi che alcune aziende hanno saputo cogliere il potenziale nascosto di determinati pain point, capendo che – se gestiti in modo consapevole – possono trasformarsi in elementi distintivi dell’esperienza. In altre parole, non tutti gli ostacoli devono essere eliminati: alcuni, se ben calibrati, possono diventare un vantaggio competitivo. Non si tratta di complicare la vita al consumatore, ma di costruire esperienze più ricche, più autentiche, più significative.
Tra i casi più emblematici in questo senso, spicca il brand Starbucks, che ha saputo costruire un’intera esperienza attorno a una visione ben precisa, in cui anche i “disagi” fanno parte del valore percepito.
Il Third place: Starbucks secondo Schultz e Rossini
Starbucks non vede semplicemente caffè. Il vero punto di forza del brand non è il prodotto in sé, ma l’esperienza immersiva che riesce a creare attorno al consumo di una semplice bevanda. Questo approccio trova la sua espressione più potente nel concetto di “Third place”, o “terzo luogo”, ovvero uno spazio che si colloca tra la casa e il posto di lavoro.
Secondo questa visione, Starbucks vuole essere un ambiente accogliente e familiare dove le persone possano fermarsi, lavorare, studiare, leggere, incontrare amici o semplicemente prendersi una pausa. L’obiettivo non è solo la vendita del caffè, ma la creazione di un’atmosfera in cui il cliente si senta a suo agio, accolto e parte di una comunità. Gli spazi sono pensati nei minimi dettagli: divani comodi, tavoli spaziosi, connessione Wi-Fi, luci calde, musica di sottofondo, tutto contribuisce a creare quella che si potrebbe definire una esperienza sensoriale completa.
La CX offerta da Starbucks non è mai sterile né meccanica: è calda, coinvolgente, quasi narrativa.
Il racconto di Rossini: Schultz, Milano e il bar italiano
Sergio Rossini, CX Director di Sagres Spa, racconta in modo vivido le radici di questa visione nel corso del suo intervento al convegno del 18 marzo tenutosi a Milano presso Palazzo Mezzanotte “La Customer Experience nel Recupero Crediti”.
La narrazione ruota attorno a Howard Schultz, ex dirigente di Starbucks negli anni ’80, quando l’azienda era ancora una piccola torrefazione con pochi punti vendita a Seattle. Nel 1983, durante una vacanza a Milano, Schultz rimane colpito dalla cultura del bar italiano: un luogo accogliente e familiare dove i clienti si conoscono per nome, chiacchierano con il barista (che conosce alla perfezione tutti gli ordini dei clienti abituali), leggono il giornale e si rilassano. Un luogo che va oltre il semplice consumo, un punto di riferimento sociale e uno spazio di umanità quotidiana. Un’esperienza ben diversa da quella dei bar americani dell’epoca, come Donuts, incentrati sulla velocità e sull’asporto.
Affascinato da questo modello, Schultz concepisce l’idea del “Third place” – un “terzo luogo” tra casa e lavoro, dove stare bene e sentirsi a proprio agio. Tornato negli Stati Uniti, propone a Starbucks di adottare questo nuovo modello, ma l’azienda rifiuta.
A quel punto, Schultz lascia Starbucks e fonda una sua azienda chiamata “Il Giornale”, ispirata ai bar italiani. Il suo progetto ha un enorme successo, tanto che riesce successivamente ad acquistare Starbucks, rilanciarla e trasformarla in una catena globale basata proprio su quell’esperienza italiana di convivialità.
Il concetto di base è quello di creare ambienti accoglienti, con divani, lampade, Wi-Fi e persino l’accesso ai bagni senza obbligo di acquisto – tutto per rendere Starbucks un’estensione della casa. Anche se il livello di personalizzazione (come scrivere il nome sul bicchiere) non è paragonabile al rapporto con il barista italiano, Schultz ha comunque rivoluzionato il modo in cui le persone vivono il consumo del caffè, rendendolo un’esperienza e non solo un gesto funzionale.
Starbucks non imita il bar italiano, ma reinterpreta quel modello con coerenza e originalità per il pubblico americano, creando così una nuova categoria di esperienza.
👉 Guarda l’intervento di Rossini
La CX nel recupero crediti: il valore dell’ascolto
Il riferimento di Rossini al caso Starbucks si inserisce in un contesto più ampio: dimostrare come la CX sia fondamentale anche in ambiti apparentemente distanti, come il recupero crediti. Durante lo stesso convegno, Sagres e il Politecnico di Milano hanno presentato una ricerca che mostra dati significativi: se oggi solo un quarto delle aziende italiane è veramente customer-centric, il 42% dichiara di volerlo diventare entro due anni.
Questo dato conferma una tendenza emergente: le aziende iniziano a capire che ogni punto di contatto con il cliente è un’occasione, anche quando si parla di debiti o inadempienze. Un esempio virtuoso è quello di Schindler, che ha trasformato la gestione del credito in un’occasione di relazione, ascolto e miglioramento dell’esperienza. Il risultato? Miglioramento dei KPI, ma anche rafforzamento della fiducia e della fidelizzazione.
Il prezzo del caffè: un ostacolo che rafforza il brand
Uno degli elementi più controversi e discussi dell’esperienza Starbucks è, senza dubbio, il prezzo elevato delle bevande. Per molti consumatori, questo rappresenta un ostacolo concreto, un pain point evidente. In un mercato in cui un espresso può costare pochi centesimi in altri contesti, spendere diversi euro per un caffè da Starbucks può sembrare eccessivo, perfino ingiustificato.
Eppure, nonostante questa barriera economica, il marchio continua ad avere un enorme successo a livello globale. Perché? La risposta risiede nella capacità del brand di bilanciare il disagio economico con un’esperienza percepita di valore superiore. Starbucks non vende solo un prodotto: vende un contesto, un ambiente, uno stile di vita. Il prezzo più alto viene percepito come il costo da pagare per accedere a un’esperienza che va oltre il semplice consumo.
In altre parole, il pain point del prezzo viene assorbito, accettato e persino valorizzato dal cliente, perché fa parte di un sistema coerente. Se Starbucks abbassasse drasticamente i suoi prezzi, probabilmente perderebbe una parte importante del proprio posizionamento. L’elevato costo diventa, paradossalmente, un simbolo di esclusività, un elemento che rafforza la brand identity e la distanza dal modello delle catene “fast coffee”.
Il modello di Sampson Lee: quando il pain diventa pleasure
Questa visione trova una solida base teorica nella riflessione di Sampson Lee. Esperto globale e pioniere nel campo del Customer Experience Management (CEM), fondatore di Global CEM nel 2001, un’organizzazione che ha sviluppato framework innovativi per migliorare le esperienze cliente a livello internazionale. È noto soprattutto per aver ideato la PIG Strategy (Pain Is Good), una teoria che rivoluziona il modo tradizionale di gestire i pain point nella Customer eXperience, sostenendo che non tutti i punti di frizione sono da eliminare ma alcuni possono essere strategicamente vantaggiosi se gestiti correttamente.
Lee suggerisce di identificare e mantenere alcuni “good pain” (dolori buoni), cioè pain point tollerabili che, se bilanciati con “branded pleasures” (piaceri associati al brand), ampliano il cosiddetto Pleasure-Pain Gap: il divario tra gli sforzi richiesti al cliente e i benefici percepiti, che crea un’esperienza distintiva e rafforza la fedeltà al brand.
Secondo Lee, una CX totalmente priva di sforzi rischia di essere piatta e dimenticabile. Al contrario, un’esperienza che alterna momenti di attrito a momenti di gratificazione intensa può generare emozioni più profonde, autentiche e memorabili. È proprio nel contrasto tra frustrazione e piacere che si costruisce la differenziazione del brand.
Lee distingue tra pain point distruttivi, che generano abbandono e insoddisfazione, e pain point funzionali, cioè ostacoli intenzionali e ben calibrati che contribuiscono a valorizzare i cosiddetti branded pleasures. Questi ultimi sono quegli elementi distintivi, positivi e riconoscibili che rendono unico un brand e lo legano emotivamente ai suoi clienti.
Questa teoria è stata validata da oltre 20 ricerche indipendenti su più di 30.000 interazioni cliente in diversi settori, e ha portato alla creazione del Global CEM Certification Program, il più longevo programma di certificazione CX al mondo, attivo dal 2006 in 19 città internazionali. La PIG Strategy è considerata innovativa perché consente alle aziende di ottenere risultati di business e costruire brand straordinari senza dover impiegare risorse aggiuntive.
Starbucks è un esempio paradigmatico di questo modello: il prezzo elevato è un pain point, ma è funzionale a un’esperienza complessiva che il cliente apprezza e desidera. Il disagio iniziale viene ricompensato dalla sensazione di appartenenza, dalla qualità del servizio, dalla possibilità di godere di un ambiente accogliente e ispirante.
Il libro di Sampson Lee, che illustra in dettaglio questa visione, è stato tradotto in italiano da Sergio Rossini e la versione completa può essere scaricata gratuitamente dal sito ufficiale di Sagres.
👉 Scarica il libro “Pain is Good” in italiano
La strategia PIG: differenziare per emergere
Alla luce di questi concetti, risulta chiaro come la strategia Pain Is Good (PIG) metta in discussione le basi della customer-centricity tradizionale. Invece di puntare alla massima semplificazione dell’esperienza, la strategia PIG invita le aziende a riflettere in modo più profondo su quali elementi rimuovere e quali invece mantenere o persino enfatizzare per rafforzare l’identità di marca.
In questo modello, non si tratta di creare ostacoli fini a sé stessi, ma di progettare esperienze con una narrazione coerente, in cui il cliente accetta consapevolmente alcune frizioni perché capisce e percepisce il valore complessivo. È una logica di “pain-to-pleasure”, in cui il brand guida il cliente lungo un percorso che alterna tensione e rilascio, attesa e soddisfazione.
Starbucks riesce magistralmente a bilanciare questi elementi. I suoi clienti sanno di pagare di più, ma sanno anche cosa aspettarsi: un luogo familiare, un servizio gentile, un momento di pausa dal mondo. Questo mix crea fedeltà, differenziazione e valore percepito difficilmente imitabile.
Dalla frustrazione al vantaggio competitivo
Il caso di Starbucks, arricchito dalle teorie di Sampson Lee e dal racconto di Sergio Rossini, ci offre una lezione preziosa: non tutti i disagi vissuti dai clienti sono necessariamente nemici da combattere. Al contrario, se riconosciuti, compresi e integrati in modo intelligente in un’esperienza più ampia, possono trasformarsi in strumenti potenti di differenziazione, rafforzamento del brand e fidelizzazione profonda.
Viviamo in un’epoca in cui l’offerta di prodotti e servizi è sempre più ampia, accessibile e, spesso, omogenea. In un mercato così saturo, l’unico vero terreno di competizione sostenibile diventa l’esperienza. Ma un’esperienza memorabile non nasce dalla totale assenza di problemi: nasce dal modo in cui l’azienda guida il cliente attraverso un percorso fatto di emozioni autentiche, in cui anche gli attriti – se ben progettati – hanno un senso e un valore.
La strategia PIG (Pain Is Good) proposta da Sampson Lee rompe gli schemi classici della customer-centricity, che spesso spinge le aziende a rimuovere ogni possibile ostacolo in nome della semplicità assoluta. In realtà, come dimostrano anni di ricerca e migliaia di interazioni analizzate, una customer experience priva di qualsiasi forma di sforzo rischia di essere piatta, anonima, facilmente dimenticabile. Al contrario, un’esperienza che riesce a bilanciare con intelligenza momenti di frizione e momenti di gratificazione riesce a coinvolgere più a fondo il cliente, suscitando ricordi e sensazioni durature.
Il modello di Starbucks ne è la dimostrazione concreta: il prezzo elevato di una bevanda, che in molti altri contesti verrebbe percepito come un deterrente, diventa qui un elemento coerente all’interno di una narrazione complessiva. Il cliente non paga solo il caffè: paga l’accesso a un ambiente curato, a un’atmosfera familiare, a un’esperienza che comunica valore, attenzione, tempo e spazio per sé. Il “pain” del prezzo viene neutralizzato – o meglio, valorizzato – dal “pleasure” dell’esperienza complessiva. Il risultato è una fidelizzazione altissima e una brand identity inconfondibile.
Per le aziende, questo approccio significa imparare a distinguere tra pain point da eliminare e pain point da mantenere o riprogettare. I primi sono quelli che generano frustrazione inutile, rallentamenti non intenzionali, mancanza di chiarezza o accessibilità. I secondi, invece, sono ostacoli intenzionali, calibrati, inseriti in una narrazione coerente. Pensiamo, ad esempio, alla scelta di non automatizzare completamente un servizio per lasciare spazio all’interazione umana, o all’attesa “costruita” per aumentare l’anticipazione e quindi il piacere dell’esperienza.
Sampson Lee suggerisce alle aziende di ampliare il Pleasure-Pain Gap, ovvero il divario tra sforzo richiesto e beneficio percepito, come leva per creare esperienze memorabili. Il segreto non è semplificare tutto a ogni costo, ma rendere l’esperienza coerente, significativa, coinvolgente.
Rossini, con la sua opera di traduzione e divulgazione della teoria PIG in Italia, apre le porte a una nuova cultura della Customer eXperience: più matura, più coraggiosa, capace di leggere la relazione con il cliente come un percorso, non come una serie di ostacoli da appiattire. Il messaggio è chiaro: l’esperienza conta più del prodotto, e dentro l’esperienza ogni elemento – anche quello apparentemente negativo – può contribuire al successo se gestito con visione e consapevolezza.
In conclusione, la gestione strategica dei pain point non è solo una scelta operativa: è una filosofia, un modo nuovo di intendere la relazione con il cliente, più umano, più autentico, e – soprattutto – più memorabile. La frizione, se ben orchestrata, diventa emozione. L’emozione, se coerente con il brand, diventa valore. E il valore, quando è percepito e condiviso, diventa fedeltà. In un mondo in cui tutto può essere copiato, l’esperienza vissuta resta l’unico vero vantaggio competitivo.
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International Development & CX
Sergio Rossini, in Sagres dal 2021, dopo una lunga esperienza in aziende multinazionali dove ha ricoperto il ruolo di Group Head of Customer Experience, ha deciso di concentrarsi in Sagres sull’innovazione metodologica, tecnologica e organizzativa della gestione della CX.
Il focus dei sistemi di ascolto della Voce del Cliente progettati da Sergio, non è tanto sulla misura della soddisfazione (voto), ma sul PERCHE’ un brand o un prodotto/servizio viene percepito positivamente o negativamente e sulla definizione dei piani di miglioramento che devono giocare un ruolo determinante nella strategia aziendale.
"Perché la CX senza cambiamento, è solo un hobby"
- Sergio Rossini
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